Setticemia scambiata per influenza
Muore in Puglia una ragazza di 22 anni
Indaga la magistratura. Se ne è andata dopo un calvario
durante il quale le sono state amputate gambe e dita delle mani
BARI (5 ottobre) - È morta a 22 anni per setticemia a distanza di tre mesi da un banale intervento per l'asportazione di una cisti all'altezza del coccige, eseguito nell'ospedale di Putignano. La studentessa universitaria di farmacia, di Noci, è morta nel marzo scorso nell'ospedale Miulli di Acquaviva delle Fonti dopo che avevano tentato di salvarle la vita amputandole le gambe e tutte le dita delle mani, eccetto i pollici. La storia di Antonella Mansueto è oggetto di un fascicolo aperto dal sostituto procuratore del Tribunale di Bari, Angela Morea, dopo la denuncia presentata dai genitori.
La mamma di Antonella racconta sui giornali il calvario e la sofferenza della figlia. «Anche quando non respirava quasi più e il battito si sentiva appena - dice - I medici continuavano a dire che era solo un virus influenzale».
La ragazza era stata operata il 4 dicembre 2009: tutto era andato come previsto, poi qualche piccolo dolore e le medicazioni, per un certo periodo tutti i giorni e poi tre volte la settimana, come le era stato prescritto. Però Antonella e la sua famiglia si accorgono che qualcosa non va: la ferita non si rimargina ed emana un cattivo odore. Antonella si sente malissimo e le sue condizioni precipitano nei giorni successivi sino a quando, a marzo decidono di amputarle le gambe e le dita delle mani nell'estremo tentativo di salvarle la vita. L'operazione viene eseguita il 22 marzo da una équipe di medici di Bologna. Un tentativo risultato inutile perché la ragazza muore il 26 marzo.
Le indagini. Il pm della Procura di Bari, Angela Morea, ha convocato come persona informata dei fatti uno dei sanitari che ha conosciuto la ragazza dopo l'intervento chirurgico. Antonella venne ricoverata per l'asportazione di una cisti il 4 dicembre 2009 nell'ospedale di Putignano e venne operata dal chirurgo Aldo Calò. Il pm Morea ha disposto l'acquisizione delle cartelle cliniche e dei referti medici di tutte le strutture dove la ragazza, nei tre mesi di sofferenza, dall'operazione alla morte, è stata curata e visitata: l'ospedale di Putignano, il Miulli di Acquaviva e la Guardia Medica di Noci, dove addirittura le era stata diagnosticata un'influenza e le fu prescritta tachipirina per abbassare la febbre arrivata a 42. La Procura sta inoltre procedendo all'identificazione dei medici che hanno avuto in cura la 22enne, per individuare responsabilità personali e procedere ad eventuali iscrizioni nel registro degli indagati.
«Per capire cosa sia successo a Bari, abbiamo già inviato i carabinieri appartenenti al nucleo Nas della Commissione d'inchiesta» dice Ignazio Marino, presidente della Commissione d'inchiesta sul Servizio sanitario nazionale. I risultati, ha detto Marino, saranno valutati «durante il prossimo Ufficio di presidenza».
venerdì 8 ottobre 2010
Delitto di Avetrana
IL DELITTO DI AVETRANA - LO ZIO DELLA RAGAZZA HA CONFESSATO IL DELITTO
L'autopsia su Sarah: è stata strangolata
Il sindaco: «Sarà lutto cittadino»
I medici devono ancora accertare la violenza sessuale
La cugina: «Non ho mai dubitato di papà»
NOTIZIE CORRELATE
«Ho ucciso Sarah e poi l'ho violentata» (7 ottobre 2010)
Sarah e quella lite con la cugina: «Tuo padre con me è diventato strano» di Giusi Fasano (8 ottobre 2010)
La vita e gli orrori dell'orco di Avetrana (8 ottobre 2010) di G. Buccini
AVETRANA (Taranto) - La conferma arriva dall'autopsia: Sarah Scazzi, la giovane uccisa dallo zio lo scorso 26 agosto, è stata strangolata. Resta da chiarire se - come confessato dall'omicida, Michele Misseri - sia stata anche violentata dopo la morte. «È trascorso troppo tempo da quando Sarah è stata uccisa e gettata nel pozzo - spiega il professor Luigi Strada, direttore dell'istituto di medicina legale dell’Università degli Studi di Bari. - Per questo motivo ho fatto dei prelievi e dei tamponi per chiarire l'aspetto della violenza sessuale. Per quanto riguarda il resto, confermo quanto uscito dagli investigatori, ovvero che sul collo della ragazza abbiamo trovato dei segni di strangolamento». A una precisa domanda sull'aspetto del corpo della ragazza, il medico aggiunge: «Il volto è sfigurato, sul corpo ci sono segni di putrefazione avanzata. La permanenza nell'acqua ha danneggiato i tessuti, Sarah è irriconoscibile. Per questo ho consigliato, anzi quasi obbligato, la madre a non vederla. Le ho spiegato che la cosa migliore è mantenere il ricordo, l'immagine di sua figlia com'era in vita».
La morte di Sarah
LA RABBIA - Il paese di Avetrana, che ha appreso la verità sulla sorte di Sarah 42 giorni dopo la notizia della scomparsa, si è stretto intanto intorno alla famiglia della vittima, con in testa i compagni di scuola della studentessa quindicenne. I ragazzi si sono radunati giovedì davanti all'abitazione di Sarah, si sono abbracciati, hanno pianto e hanno scritto su tre cartelloni l'addio «a un piccolo angelo». Poi, all'improvviso, hanno cambiato destinazione e sono andati a casa di Michele Misseri, «lo zio assassino, la bestia, che ci fa schifo e che deve avere l'ergastolo» (ma un coro chiedeva la pena di morte). Davanti a casa Misseri, c'è stato anche qualche momento di tensione con alcuni amici che sono andati a visitare la moglie Cosima e le figlie Sabrina e Valentina: pochi attimi e poi i ragazzi sono andati via. Il dolore di Avetrana però non finisce e il sindaco, Mario De Marco, ha annunciato il lutto cittadino in occasione dei funerali. L'amministrazione comunale ha già chiesto al parroco, don Dario De Stefano, che gli stessi funerali si svolgano «in uno spazio più grande», al campo sportivo o al palazzetto dello sport.
SMS - Sabrina, la figlia di Misseri, torna intanto a dire la sua. E lo fa tramite un sms inviato a un giornalista della trasmissione di Rai 1, «La Vita in diretta»: «Mio padre è stato un padre esemplare e non ha mai abusato di noi». In un altro messaggio, Sabrina aggiunge: «Non ho mai detto che mio padre l'ha portata via (come risulterebbe, secondo quanto trapelato in precedenza, da un'intercettazione ambientale fatta ascoltare anche all'omicida) perché, in 42 giorni, non ho mai dubitato di lui. Ho cominciato a farlo da stanotte». La giovane ha anche precisato che la madre «non ha mai detto che Michele deve morire, ma che deve pagare».
«NON DEVE PIU' ESISTERE» - «L'unica cosa che dovrebbe fare - commenta invece Claudio Scazzi, fratello di Sarah - è suicidarsi. In qualunque modo, basta che la faccia finita». «Se si suicida fa l'unica cosa giusta della sua vita - dice il giovane nel corso della trasmissione "La vita in diretta" - si mette a pari col disastro che ha combinato». «Non deve più esistere» conclude.
Redazione online
08 ottobre 2010
L'autopsia su Sarah: è stata strangolata
Il sindaco: «Sarà lutto cittadino»
I medici devono ancora accertare la violenza sessuale
La cugina: «Non ho mai dubitato di papà»
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AVETRANA (Taranto) - La conferma arriva dall'autopsia: Sarah Scazzi, la giovane uccisa dallo zio lo scorso 26 agosto, è stata strangolata. Resta da chiarire se - come confessato dall'omicida, Michele Misseri - sia stata anche violentata dopo la morte. «È trascorso troppo tempo da quando Sarah è stata uccisa e gettata nel pozzo - spiega il professor Luigi Strada, direttore dell'istituto di medicina legale dell’Università degli Studi di Bari. - Per questo motivo ho fatto dei prelievi e dei tamponi per chiarire l'aspetto della violenza sessuale. Per quanto riguarda il resto, confermo quanto uscito dagli investigatori, ovvero che sul collo della ragazza abbiamo trovato dei segni di strangolamento». A una precisa domanda sull'aspetto del corpo della ragazza, il medico aggiunge: «Il volto è sfigurato, sul corpo ci sono segni di putrefazione avanzata. La permanenza nell'acqua ha danneggiato i tessuti, Sarah è irriconoscibile. Per questo ho consigliato, anzi quasi obbligato, la madre a non vederla. Le ho spiegato che la cosa migliore è mantenere il ricordo, l'immagine di sua figlia com'era in vita».
La morte di Sarah
LA RABBIA - Il paese di Avetrana, che ha appreso la verità sulla sorte di Sarah 42 giorni dopo la notizia della scomparsa, si è stretto intanto intorno alla famiglia della vittima, con in testa i compagni di scuola della studentessa quindicenne. I ragazzi si sono radunati giovedì davanti all'abitazione di Sarah, si sono abbracciati, hanno pianto e hanno scritto su tre cartelloni l'addio «a un piccolo angelo». Poi, all'improvviso, hanno cambiato destinazione e sono andati a casa di Michele Misseri, «lo zio assassino, la bestia, che ci fa schifo e che deve avere l'ergastolo» (ma un coro chiedeva la pena di morte). Davanti a casa Misseri, c'è stato anche qualche momento di tensione con alcuni amici che sono andati a visitare la moglie Cosima e le figlie Sabrina e Valentina: pochi attimi e poi i ragazzi sono andati via. Il dolore di Avetrana però non finisce e il sindaco, Mario De Marco, ha annunciato il lutto cittadino in occasione dei funerali. L'amministrazione comunale ha già chiesto al parroco, don Dario De Stefano, che gli stessi funerali si svolgano «in uno spazio più grande», al campo sportivo o al palazzetto dello sport.
SMS - Sabrina, la figlia di Misseri, torna intanto a dire la sua. E lo fa tramite un sms inviato a un giornalista della trasmissione di Rai 1, «La Vita in diretta»: «Mio padre è stato un padre esemplare e non ha mai abusato di noi». In un altro messaggio, Sabrina aggiunge: «Non ho mai detto che mio padre l'ha portata via (come risulterebbe, secondo quanto trapelato in precedenza, da un'intercettazione ambientale fatta ascoltare anche all'omicida) perché, in 42 giorni, non ho mai dubitato di lui. Ho cominciato a farlo da stanotte». La giovane ha anche precisato che la madre «non ha mai detto che Michele deve morire, ma che deve pagare».
«NON DEVE PIU' ESISTERE» - «L'unica cosa che dovrebbe fare - commenta invece Claudio Scazzi, fratello di Sarah - è suicidarsi. In qualunque modo, basta che la faccia finita». «Se si suicida fa l'unica cosa giusta della sua vita - dice il giovane nel corso della trasmissione "La vita in diretta" - si mette a pari col disastro che ha combinato». «Non deve più esistere» conclude.
Redazione online
08 ottobre 2010
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mercoledì 6 ottobre 2010
fanghi tossici
QUATTRO MORTI, 3 DISPERSI, 123 FERITI, TRA I QUALI 61 RICOVERATI, NEI 7 CENTRI COLPITI
Ungheria: un anno per la bonifica
delle aree invase dai fanghi tossici
Si lavora per impedire che la marea rossa raggiunga gli affluenti del Danubio. Ancora incerte le cause del disastro
NOTIZIE CORRELATE
Ungheria: almeno 4 morti e 120 feriti per la fuoriuscita di fanghi chimici (5 ottobre 2010)
BUDAPEST - Sarà necessario almeno un anno di lavoro e una spesa di decine di milioni di euro per bonificare la zona sommersa dai fanghi tossici di un'azienda che produce alluminio fuoriusciti da una vasca di decantazione in Ungheria. È la stima del governo di Budapest che ha dichiarato lo stato di emergenza nelle tre province (Veszprem, Györ-Sopron e Vas) interessate dal disastro ecologico che ha provocato quattro vittime, tre dispersi e 123 feriti, tra i quali 61 ricoverati, nei sette centri abitati inondati dalla marea rossa. La rottura degli argini della vasca di decantazione ad Ajka è avvenuta per motivi ancora da accertare: si sospetta un eccessivo carico dell'invaso, un errore di progettazione oppure l'aumento dell'acqua a causa delle forti piogge.
Ungheria: fanghi tossici, 4 morti
DANUBIO - Oltre alle vittime si teme per le conseguenze a lungo termine dei fanghi tossici: 1,1 milioni di metri cubi si sono riversari su un'area di 40 chilometri quadrati. Almeno 500 uomini della Protezione civile ungherese sono impegnati per cercare di impedire che gli inquinanti possano raggiungere gli affluenti del Danubio e infine arrivare al fiume più importante dell'Europa centro-orientale. Anche le nazioni vicine, in cui scorre il fiume, hanno espresso preoccupazione. «Se le acque contaminate arriveranno al Raba e peggio ancora al Danubio, sarà davvero una catastrofe ecologica», ha avvertito il sottosegretario all'Ambiente, Zoltan Illes.
Redazione online
06 ottobre 2010
Ungheria: un anno per la bonifica
delle aree invase dai fanghi tossici
Si lavora per impedire che la marea rossa raggiunga gli affluenti del Danubio. Ancora incerte le cause del disastro
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Ungheria: fanghi tossici, 4 morti
DANUBIO - Oltre alle vittime si teme per le conseguenze a lungo termine dei fanghi tossici: 1,1 milioni di metri cubi si sono riversari su un'area di 40 chilometri quadrati. Almeno 500 uomini della Protezione civile ungherese sono impegnati per cercare di impedire che gli inquinanti possano raggiungere gli affluenti del Danubio e infine arrivare al fiume più importante dell'Europa centro-orientale. Anche le nazioni vicine, in cui scorre il fiume, hanno espresso preoccupazione. «Se le acque contaminate arriveranno al Raba e peggio ancora al Danubio, sarà davvero una catastrofe ecologica», ha avvertito il sottosegretario all'Ambiente, Zoltan Illes.
Redazione online
06 ottobre 2010
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setticemia
Muore per setticemia, 18 indagati
Catania,33enne deceduto dopo incidente
Diciassette medici di due ospedali, il Cannizzaro di Catania e quello di Castrovillari (Cosenza), e un dipendente dell'Anas, sono indagati dalla Procura etnea nell'ambito dell'inchiesta sulla morte per setticemia di Carmelo Finocchiaro, di 33 anni, avvenuta il 27 settembre scorso. Gli avvisi di garanzia, che ipotizzano il reato di omicidio colposo, sono stati emessi come atto dovuto a tutela degli indagati.
Come ricostruisce il quotidiano La Sicilia di Catania, Finocchiaro, originario di Taormina, sposato con due figli, ma da anni residente in Calabria, era rimasto ferito in un incidente stradale avvenuto tra Spezzano Albanese e Cassano allo Ionio, la notte tra il 25 e il 26 agosto scorsi.
L'auto guidata da Remigio Luca Serra, di 33 anni, era uscita di strada procurando la morte del guidatore e un braccio rotto, alcune costole rotte e una pleurite a Finocchiaro, che è stato ricoverato nell'ospedale di Castrovillari e giudicato guaribile in un mese.
Dopo 13 giorni però le sue condizioni si sono aggravate per una cancrena al braccio destro e per questo, l'8 settembre, è stato trasferito all'ospedale Cannizzaro di Catania che è dotato di camera iperbarica. Fino al 20 settembre Finocchiaro è sottoposto a tre interventi chirurgici al braccio, che gli è stato amputato. L'uomo è poi entrato in coma ed è morto dopo sette giorni.
I suoi genitori hanno presentato un esposto alla Procura di Catania e il sostituto Assunta Musella ha disposto il sequestro delle cartelle cliniche e l'autopsia, che è stata già eseguita alla presenza dei consulenti di parte degli indagati.
Ultimo aggiornamento ore 10:51
Catania,33enne deceduto dopo incidente
Diciassette medici di due ospedali, il Cannizzaro di Catania e quello di Castrovillari (Cosenza), e un dipendente dell'Anas, sono indagati dalla Procura etnea nell'ambito dell'inchiesta sulla morte per setticemia di Carmelo Finocchiaro, di 33 anni, avvenuta il 27 settembre scorso. Gli avvisi di garanzia, che ipotizzano il reato di omicidio colposo, sono stati emessi come atto dovuto a tutela degli indagati.
Come ricostruisce il quotidiano La Sicilia di Catania, Finocchiaro, originario di Taormina, sposato con due figli, ma da anni residente in Calabria, era rimasto ferito in un incidente stradale avvenuto tra Spezzano Albanese e Cassano allo Ionio, la notte tra il 25 e il 26 agosto scorsi.
L'auto guidata da Remigio Luca Serra, di 33 anni, era uscita di strada procurando la morte del guidatore e un braccio rotto, alcune costole rotte e una pleurite a Finocchiaro, che è stato ricoverato nell'ospedale di Castrovillari e giudicato guaribile in un mese.
Dopo 13 giorni però le sue condizioni si sono aggravate per una cancrena al braccio destro e per questo, l'8 settembre, è stato trasferito all'ospedale Cannizzaro di Catania che è dotato di camera iperbarica. Fino al 20 settembre Finocchiaro è sottoposto a tre interventi chirurgici al braccio, che gli è stato amputato. L'uomo è poi entrato in coma ed è morto dopo sette giorni.
I suoi genitori hanno presentato un esposto alla Procura di Catania e il sostituto Assunta Musella ha disposto il sequestro delle cartelle cliniche e l'autopsia, che è stata già eseguita alla presenza dei consulenti di parte degli indagati.
Ultimo aggiornamento ore 10:51
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lunedì 27 settembre 2010
UCCIDE IL PADRE
Giulianova, schizofrenico uccide il padre
spaccandogli la testa con una sedia
GIULIANOVA (25 settembre) - Affetto da schizofrenia bipolare, per la quale era regolarmente in cura, un 51enne di Giulianova ha ucciso l’anziano padre, invalido, rompendogli sulla testa una sedia in legno.
Nelle prime ore di stamani, in un momento di lucidità, la confessione ai carabinieri: dopo le solite medicine aveva bevuto del vino che si era comprato da solo. L'uomo, accusato di omicidio volontario, è ora nel carcere di Teramo, controllato a vista. Si attende, dopo l'interrogatorio da parte del magistrato, di trasferirlo in una struttura attrezzata.
La vittima è Biagio Adriani, 88 anni, vedovo, costretto sulla sedia a rotelle. Viveva con il figlio Mansueto (arrestato) e una badante. Al piano superiore dell’abitazione, vive l’altro figlio, Gianfranco (45), che ha scoperto il corpo del padre dopo le 21 di ieri, rientrando dal lavoro. Negli ultimi giorni, Mansueto era apparso ai famigliari più agitato nei comportamenti, tanto da chiedere una visita in abitazione allo psichiatra che lo aveva in cura, dell’ospedale di Giulianova. I carabinieri però, sentite le testimonianze, escludono per ora che il suo stato fosse da collegare all’assunzione di alcol, oltre che alla sua patologia. Dopo la visita, comunque, il medico non aveva ritenuto necessario il ricovero. La badante però, preoccupata, nel pomeriggio aveva lasciato la casa, mentre l’altro figlio della vittima aveva raggiunto il suo posto di lavoro, un bar nel teramano.
L’arrestato, da quanto si è appreso, era senza lavoro da due anni, da quando cioè era stato sottoposto all’ultimo trattamento sanitario obbligatorio a causa della sua patologia. Secondo gli investigatori, mai prima era stato violento in famiglia o fuori casa, se non verbalmente.
spaccandogli la testa con una sedia
GIULIANOVA (25 settembre) - Affetto da schizofrenia bipolare, per la quale era regolarmente in cura, un 51enne di Giulianova ha ucciso l’anziano padre, invalido, rompendogli sulla testa una sedia in legno.
Nelle prime ore di stamani, in un momento di lucidità, la confessione ai carabinieri: dopo le solite medicine aveva bevuto del vino che si era comprato da solo. L'uomo, accusato di omicidio volontario, è ora nel carcere di Teramo, controllato a vista. Si attende, dopo l'interrogatorio da parte del magistrato, di trasferirlo in una struttura attrezzata.
La vittima è Biagio Adriani, 88 anni, vedovo, costretto sulla sedia a rotelle. Viveva con il figlio Mansueto (arrestato) e una badante. Al piano superiore dell’abitazione, vive l’altro figlio, Gianfranco (45), che ha scoperto il corpo del padre dopo le 21 di ieri, rientrando dal lavoro. Negli ultimi giorni, Mansueto era apparso ai famigliari più agitato nei comportamenti, tanto da chiedere una visita in abitazione allo psichiatra che lo aveva in cura, dell’ospedale di Giulianova. I carabinieri però, sentite le testimonianze, escludono per ora che il suo stato fosse da collegare all’assunzione di alcol, oltre che alla sua patologia. Dopo la visita, comunque, il medico non aveva ritenuto necessario il ricovero. La badante però, preoccupata, nel pomeriggio aveva lasciato la casa, mentre l’altro figlio della vittima aveva raggiunto il suo posto di lavoro, un bar nel teramano.
L’arrestato, da quanto si è appreso, era senza lavoro da due anni, da quando cioè era stato sottoposto all’ultimo trattamento sanitario obbligatorio a causa della sua patologia. Secondo gli investigatori, mai prima era stato violento in famiglia o fuori casa, se non verbalmente.
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domenica 26 settembre 2010
LI BERGOLIS ARRESTATO
Foggia, arrestato superlatitante
Li Bergolis era tra 30 più pericolosi
I carabinieri di Foggia e quelli del Ros hanno arrestato Franco Li Bergolis, 32enne di Manfredonia, capo superlatitante della mafia garganica e condannato all'ergastolo in primo e secondo grado. Li Bergolis, inserito nell'elenco dei 30 più pericolosi latitanti d'Italia era scomparso da un paio di anni, dopo che nell'estate del 2008 era stato scarcerato per scadenza dei termini di custodia cautelare nel maxi-processo alla mafia garganica.
Il processo si è concluso per lui con una condanna all'ergastolo il 7 marzo del 2009 dalla corte di assise di Foggia e il 15 luglio 2010 dalla corte di assise di appello di Bari.
Benché abbia solo 32 anni, viene considerato al vertice della mafia garganica, soprattutto dopo gli ultimi cruenti agguati che hanno eliminato un paio dei capi storici dei clan garganici e dopo che il 30 agosto è morto l'ultimo capoclan dei Romito, un tempo strettamente alleati dei Li Bergolis e da qualche anno in guerra con loro.
Nell'ambito di questa guerra, dall'aprile 2009 si contano sei omicidi e due agguati falliti. L'ultimo omicidio è stato compiuto a Manfredonia il 30 giugno 2010, quando è stato ucciso Leonardo Clemente, nonno del vecchio capoclan dei Li Bergolis, "Ciccillo", ucciso il 26 ottobre 2009 a Monte Sant'Angelo. Pochi giorni dopo l'ultimo cruento agguato, il 12 luglio si è svolto a Manfredonia un vertice sulla sicurezza presieduto dal ministro dell'interno, Roberto Maroni.
Ultimo aggiornamento ore 08:13
Li Bergolis era tra 30 più pericolosi
I carabinieri di Foggia e quelli del Ros hanno arrestato Franco Li Bergolis, 32enne di Manfredonia, capo superlatitante della mafia garganica e condannato all'ergastolo in primo e secondo grado. Li Bergolis, inserito nell'elenco dei 30 più pericolosi latitanti d'Italia era scomparso da un paio di anni, dopo che nell'estate del 2008 era stato scarcerato per scadenza dei termini di custodia cautelare nel maxi-processo alla mafia garganica.
Il processo si è concluso per lui con una condanna all'ergastolo il 7 marzo del 2009 dalla corte di assise di Foggia e il 15 luglio 2010 dalla corte di assise di appello di Bari.
Benché abbia solo 32 anni, viene considerato al vertice della mafia garganica, soprattutto dopo gli ultimi cruenti agguati che hanno eliminato un paio dei capi storici dei clan garganici e dopo che il 30 agosto è morto l'ultimo capoclan dei Romito, un tempo strettamente alleati dei Li Bergolis e da qualche anno in guerra con loro.
Nell'ambito di questa guerra, dall'aprile 2009 si contano sei omicidi e due agguati falliti. L'ultimo omicidio è stato compiuto a Manfredonia il 30 giugno 2010, quando è stato ucciso Leonardo Clemente, nonno del vecchio capoclan dei Li Bergolis, "Ciccillo", ucciso il 26 ottobre 2009 a Monte Sant'Angelo. Pochi giorni dopo l'ultimo cruento agguato, il 12 luglio si è svolto a Manfredonia un vertice sulla sicurezza presieduto dal ministro dell'interno, Roberto Maroni.
Ultimo aggiornamento ore 08:13
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sabato 18 settembre 2010
LA BALESTRA
L'EREDITÀ ALLA BASE DELLA TRAGEDIA
Rimini: uccide la nipote con la balestra
e si suicida con una freccia al torace
Lei era un avvocato di 40 anni. Lo zio ha anche tentato di far esplodere il palazzo
L'ingresso della casa dove è avvenuto il delitto (MMigliorini)RIMINI - Una balestra appesa ad un muro, un'arma quasi ornamentale, fino a ieri soltanto un pezzo di arredamento kitsch. È quella che ha ucciso Monica Anelli, avvocato di 40 anni di Rimini, che nella tarda mattinata è stata colpita a morte al collo da un dardo scoccato da quell'oggetto che le era diventato familiare e che faceva parte della collezione dello zio. Quello zio, Stefano Anelli 62 anni, da subito irreperibile e cercato dalla Squadra mobile che si è tolto la vita in auto, sulle colline riminesi, con un'altra balestra della sua collezione. La polizia l'ha trovato in serata, in località Santa Cristina, con una freccia conficcata nel torace. Come per concludere un rito assurdo, e per autoaccusarsi del delitto, aveva puntato l'arma da distanza ravvicinata contro se stesso. Monica quella balestra la vedeva ogni giorno da aprile, da quando cioè si era trasferita nel suo nuovo appartamento di viale XXIII settembre. Era appesa sul pianerottolo, proprio dove è stata uccisa, probabilmente al termine di un litigio, avvenuto mentre stava rientrando in casa da lavoro, visto che aveva ancora con sè la borsa e la ventiquattrore dove teneva i documenti della sua professione. Nel disegno dello zio, il piano era molto più ambizioso di quello che è stato attuato: dopo aver colpito la sua vittima con un dardo, fermandone il tentativo di fuga per le scale, ha infatti rotto i tubi del gas e lasciato una candela accesa. Il suo obiettivo era infatti quello di provocare un'esplosione (che avrebbe probabilmente distrutto la palazzina) per far sembrare la morte della donna un incidente domestico.
Rimini, il delitto della balestra
Monica Anelli (AnsaIl disastro è stato però sventato dai vigili del fuoco, intervenuti perché allertati dai vicini che avevano sentito odore di gas. Monica Anelli abitava in quella casa insieme al compagno, un carrozziere della zona: insieme, progettavano di avere un figlio. Nella stessa palazzina, di proprietà della famiglia, solo un altro appartamento sfitto ed uno dove viveva lo zio paterno insieme alla compagna moldava. Ingegnere molto conosciuto in città, Stefano Anelli, scrittore e pittore per hobby, da qualche tempo aveva comportamenti anomali, tali da pregiudicare anche i rapporti con i familiari. Per la Squadra mobile è diventato subito il personaggio chiave dell'omicidio. Oltre ad essere il vicino di casa e il proprietario di quella collezione d'armi antiche arricchita da balestre, è stato anche l'unico dei parenti della vittima a risultare irreperibile. Testimoni l'hanno visto allontanarsi a fine mattina sulla sua Seicento. La vittima e lo zio, secondo quanto emerso, sarebbero stati in buoni rapporti, anche se la Squadra Mobile guidata da Nicola Vitale ha cercato subito di capire, attraverso i parenti, se potessero essere emersi screzi di varia natura. I genitori di Monica, invece, si trovavano in Val d'Aosta per un breve periodo di vacanza. Erano partiti nei giorni scorsi proprio insieme con lei (seconda di tre figlie) ed al compagno. Loro, poi, erano tornati qualche giorno fa per riprendere il lavoro, lasciando i genitori a godersi la montagna. Monica, avvocato civilista, li assisteva in una causa per l'eredità della nonna che aveva creato qualche tensione in famiglia. Che gli investigatori hanno subito analizzato. (fonte: Ansa)
17 settembre 2010(ultima modifica: 18 settembre 2010)
Rimini: uccide la nipote con la balestra
e si suicida con una freccia al torace
Lei era un avvocato di 40 anni. Lo zio ha anche tentato di far esplodere il palazzo
L'ingresso della casa dove è avvenuto il delitto (MMigliorini)RIMINI - Una balestra appesa ad un muro, un'arma quasi ornamentale, fino a ieri soltanto un pezzo di arredamento kitsch. È quella che ha ucciso Monica Anelli, avvocato di 40 anni di Rimini, che nella tarda mattinata è stata colpita a morte al collo da un dardo scoccato da quell'oggetto che le era diventato familiare e che faceva parte della collezione dello zio. Quello zio, Stefano Anelli 62 anni, da subito irreperibile e cercato dalla Squadra mobile che si è tolto la vita in auto, sulle colline riminesi, con un'altra balestra della sua collezione. La polizia l'ha trovato in serata, in località Santa Cristina, con una freccia conficcata nel torace. Come per concludere un rito assurdo, e per autoaccusarsi del delitto, aveva puntato l'arma da distanza ravvicinata contro se stesso. Monica quella balestra la vedeva ogni giorno da aprile, da quando cioè si era trasferita nel suo nuovo appartamento di viale XXIII settembre. Era appesa sul pianerottolo, proprio dove è stata uccisa, probabilmente al termine di un litigio, avvenuto mentre stava rientrando in casa da lavoro, visto che aveva ancora con sè la borsa e la ventiquattrore dove teneva i documenti della sua professione. Nel disegno dello zio, il piano era molto più ambizioso di quello che è stato attuato: dopo aver colpito la sua vittima con un dardo, fermandone il tentativo di fuga per le scale, ha infatti rotto i tubi del gas e lasciato una candela accesa. Il suo obiettivo era infatti quello di provocare un'esplosione (che avrebbe probabilmente distrutto la palazzina) per far sembrare la morte della donna un incidente domestico.
Rimini, il delitto della balestra
Monica Anelli (AnsaIl disastro è stato però sventato dai vigili del fuoco, intervenuti perché allertati dai vicini che avevano sentito odore di gas. Monica Anelli abitava in quella casa insieme al compagno, un carrozziere della zona: insieme, progettavano di avere un figlio. Nella stessa palazzina, di proprietà della famiglia, solo un altro appartamento sfitto ed uno dove viveva lo zio paterno insieme alla compagna moldava. Ingegnere molto conosciuto in città, Stefano Anelli, scrittore e pittore per hobby, da qualche tempo aveva comportamenti anomali, tali da pregiudicare anche i rapporti con i familiari. Per la Squadra mobile è diventato subito il personaggio chiave dell'omicidio. Oltre ad essere il vicino di casa e il proprietario di quella collezione d'armi antiche arricchita da balestre, è stato anche l'unico dei parenti della vittima a risultare irreperibile. Testimoni l'hanno visto allontanarsi a fine mattina sulla sua Seicento. La vittima e lo zio, secondo quanto emerso, sarebbero stati in buoni rapporti, anche se la Squadra Mobile guidata da Nicola Vitale ha cercato subito di capire, attraverso i parenti, se potessero essere emersi screzi di varia natura. I genitori di Monica, invece, si trovavano in Val d'Aosta per un breve periodo di vacanza. Erano partiti nei giorni scorsi proprio insieme con lei (seconda di tre figlie) ed al compagno. Loro, poi, erano tornati qualche giorno fa per riprendere il lavoro, lasciando i genitori a godersi la montagna. Monica, avvocato civilista, li assisteva in una causa per l'eredità della nonna che aveva creato qualche tensione in famiglia. Che gli investigatori hanno subito analizzato. (fonte: Ansa)
17 settembre 2010(ultima modifica: 18 settembre 2010)
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