lunedì 26 novembre 2007

URANIO IMPOVERITO

Una breve storia dell'uranio impoverito

L'uranio torna alla guerra
Giorgio Nebbia, da "Liberazione", 13 aprile 1999
Cinquantaquattro anni fa l'uranio è entrato nel vocabolario della guerra quando il mondo ha saputo che le bombe atomiche di Hiroshina e Nagasaki avevano scatenato la loro potenza distruttiva mediante la fissione del nucleo dell'uranio e del plutonio, a sua volta ottenuto dall'uranio. L'uranio, che era stato isolato dalla pechblenda da Klaproth già nel 1789, aveva svelato la sua capacità di trasformarsi spontaneamente in radio e radon, in seguito alle ricerche dei coniugi Curie, della cui scoperta ricorreva l'anno scorso il centenario.
Peso atomico 235
Le ricerche della prima metà di questo secolo permisero di capire il meccanismo della scomposizione radioattiva dell'uranio e dei suoi "figli" e l'esistenza di vari isotopi di ciascun elemento chimico, e di provocare una scomposizione, o "fissione" di alcuni elementi, uranio e plutonio, con liberazione di energia; l'anticamera della fabbricazione delle bombe atomiche e delle centrali nucleari commerciali. La materia di partenza è in ogni caso, l'uranio, in particolare l'isotopo dell'uranio con peso atomico 235, che accompagna, in natura, il più comune isotopo 238, in ragione di circa un atomo di uranio 235 ogni 140 atomi di uranio 238. Le bombe nucleari, che utilizzano uranio 235 quando la sua concentrazione è superiore al 70%, o le centrali nucleari, che "bruciano" uranio 235 in concentrazione di almeno il 3 %, hanno richiesto la separazione dell'isotopo 235 dall'isotopo 238 con delicati e complessi processi. In ogni caso si ha una massa di uranio "arricchito" al 70-80 % o al 3-4 %, e una "coda", uno scarto, di uranio "impoverito", costituito quasi esclusivamente da uranio 238. Un residuo da tenere nei magazzini, che non serve a niente.
Ma le fertili menti degli ingegneri non si fermano mai; l'uranio è un metallo pesante, oltre una volta e mezzo più pesante del piombo, oltre due volte più pesante dell'acciaio, e, se finemente suddiviso, si infiamma spontaneamente: è, come si dice, piroforico; si presta, inoltre, a formare leghe con vari metalli. Perché tenere nei magazzini l'uranio impoverito, quando le sue proprietà potrebbero consentirne l'utile impiego nei proiettili dei cannoni o dei missili?
Le sue caratteristiche fisiche sembrano ideali per aumentare la penetrazione dei proiettili, in modo da sfondare meglio le corazze di acciaio dei carri arenati e gli edifici blindati e anzi, se l'uranio si polverizza nell'impatto contro la struttura del nemico, il fatto che si incendi spontaneamente ne facilita l'effetto distruttivo.
La sindrome del Golfo
C'è, è vero, il piccolo inconveniente che l'uranio è tossico, se respirato dalle persone, ed è radioattivo, e che la sua fine polvere resta negli edifici e nel terreno ed espone alla radioattività il territorio nemico e i suoi abitanti, ma a questo penseranno gli abitanti del futuro. E' vero che il territorio nemico, durante una guerra, viene spesso occupato dai soldati vincitori e che anche questi saranno esposti alla radioattività, ma anche a questo si penserà in futuro. Quello che conta è vincere e sterminare il nemico.
Così il "metallo del disonore" è entrato, alla fine degli anni ottanta, negli arsenali americani e dei loro alleati. La prova su larga scala dell'efficacia dell'uranio impoverito, o "depleted uranium", DU, come ormai si chiama in sigla, si è avuta nel 1991, durante la guerra del Golfo. Ne sono state usate circa 600 tonnelIate e di queste oltre 300 tonnellate si trovano ancora sparse in polvere finissima sul suolo in Irak e Kuwait.
I proiettili all'uranio impoverito sono in normale dotazione sui jets americani A-10, sugli elicotteri Apaches e sui carri armati M1 Abrams e Bradley. Gli A-10 sono macchine "perfette", dotate di un cannone da 30 millimetri a sette canne, capace di sparare 4200 proiettili al minuto.
I soldati americani, ai tempi della guerra del Golfo, non sono stati avvertiti dei pericoli a cui sono stati esposti e vari reduci, si calcola circa centomila, hanno manifestato malattie (la sindrome del Golfo) attribuibili all'esposizione all'uranio impoverito impiegato in guerra dai loro stessi generali. Simili malattie sono state osservate e denunciate nella popolazione civile dell'Iraq meridionale dopo il 1991. Proiettili-all'uranio impoverito sono stati anche usati in Bosnia nel 1995. I terreni contaminati da polvere di uranio impoverito restano tossici e radioattivi per secoli.
La condanna dell'Onu
La Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite ha condannato l'uso di queste armi nella sessione dell'agosto 1996 e ha chiesto (risoluzione 1997/36) al Segretario generale un'inchiesta che riconosca che i proiettili all'uranio impoverito DU sono armi di distruzione di massa, con effetto indiscriminato, vietate dalle convenzioni internazionali e in particolare da quella dell'Aia del 1899, di cui quest'anno si celebra il centenario.
E, ironicamente, proprio nel centenario di tale convenzione ispirata a risparmiare sofferenze alle popolazioni civili, la Nato ha usato proiettili all'uranio impoverito in Serbia e Kosovo. Chi vuole saperne di più può consultare il libro, Metal of disbonor. How depleted uranium penetrates steel, radiates people and contaminates the environment (International Action Center, NewYork), apparso nel 1998 ma di cui sta uscendo una seconda edizione "aggiornata".
E l'Italia che parte ha in questo gioco di morte? Che posizione ha preso, al livello delle Nazioni Unite, nelle procedure di divieto dell'uso dei proiettili a uranio impoverito? Non ci sarà qualche parlamentare che vorrà interrogare il governo per sapere quanti proiettili all'uranio impoverito si trovano sul territorio italiano e sono in dotazione alle forze armate italiane? Vorrà questo giornale farsi promotore di una raccolta di firme per un appello che riconosca che le armi all'uranio impoverito rappresentano un inaccettabile rischio per la vita umana e una violazione delle leggi internazionali e che chieda un impegno internazionale, senza condizioni, che vieti la ricerca, la fabbricazione, la sperimentazione, il trasporto e il possesso dell'uranio impoverito a fini militari e che imponga una bonifica delle zone contaminate e uno sforzo per curare le persone che sono state esposte a tale arma micidiale?

1 commento:

RobRond ha detto...

Mi ero occupato qualche anno fa, nel 2001-2002(peraltro rivedendo i miei appunti in maniera forse superficiale)
della Gulf War Veterans’ Illnesses” (GWVI) ed ero giunto a conclusione che in merito certezza scientifica non vi era e non vi poteva essere, sulla base degli studi effettuati e disponibili all'epoca.
Anche perché allora la sindrome del golfo era essenzialmente composta dai seguenti sintomi: fatica cronica, dolori muscolari ed articolari, perdita di concentrazione, amnesie, mal di testa e manifestazioni cutanee di vario tipo, che avevano come minimo comune denominatore l’aver colpito veterani del conflitto.
Avevo analizzato l'eventuale esposizione ad un ampio spettro di agenti fisici, chimici e biologici tra i quali sabbia, fumi rovenienti dai pozzi petroliferi incendiati, vernici, solventi, insetticidi, combustibili e loro prodotti di combustione, composti organofosforici, agenti nervini, piridostigmina bromuro (PB), uranio impoverito (DU), vaccini contro l’antrace, contro il botulino e contro malattie infettive ed infine anche la situazione stress determinato ovviamente dalla situazione di guerra.
orbene Mi giunge ora un dubbio: e se la GWVI "originale" sia stato solo un qualcosa di artificialmente creato, che sia servito a qualcuno di Washington e di Langley per sottrare "risorse intellettuali" dallo studio delle correlazioni fra Cancro e DU?
Ovvero il classico polverone, (o copertura con fumogeni visto l'ambito militare) per spostare l'attenzione dal vero nocciolo della questione?
L'obiezione che viene mossa per la cancerogenicità del DU è lo scarso periodo di latenza fra esposizione e comparsa della malattia, storico cavallo di battaglia (mi sembra che oggi stia utilizzando involontariamente un linguaggio particolarmente adeguato all'ambito militare della discussione) dei medici del lavoro.
Ma tale obiezione è facilmente superabile dal fatto che mai nessuno prima, (e neanche oggi visto che il DU non è aquistabile né alla vetrotecnica né tantomeno in pizzicheria), abbia potuto "confrontarsi" scientificamente con gli effetti di tale sostanza in maniera libera e indipendente dai dati "coperti" dai segreti di stato. Dovremmo iniziare forse a effettuare uno studio deduttivo ipotizzando a monte i meccanismi fisiopatologici e cancerogenici che superino il "blocco storico" del periodo di latenza ed esposizione... Non è facile ma è un pò come quando (rimanendo in campo "atomico") si iniziò ad elaborare la teoria ondulatoria dell'atomo a fronte della teoria classica: probabilmente dobbiamo fare come Heisemberg, chiudere gli occhi, cancellare, o meglio mettere da parte, quanto classicamente imparato sull'etiologia tumorale ed iniziare a pensare in maniera differente, partendo dall'incertezza e indeterminazione, per creare un nuovo sistema logico-cognitivo, che possa trovare risposte alla realtà che ci circonda.
In ultima analisi archiviamo Popper (peraltro io sempre stato dalla parte dell'attizzatoio di Wittgenstein) e ritorniamo a Talete...